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BREVI CENNI STORICI SULLA FAMIGLIA TABASSI

 PER RICORDARE

 ***I Tabassi, famiglia di antica nobiltà, originaria della Svevia in Germania, si spostarono nel Meridione d’Italia alla fine del XII secolo al seguito degli Imperatori tedeschi Hohenstaufen, più conosciuti come Svevi, formando Casate che si stabilirono all’origine in Sicilia per poi trasferirsi nel Continente. Furono fedeli Consiglieri, Funzionari di Corte e Strateghi militari degli stessi imperatori Svevi.

Intorno al 1225 dalla Sicilia, con Federico II, pervennero in Abruzzo a Sulmona in una delle spedizioni che il Sovrano compì in quel periodo e fecero subito parte della nobiltà civica di quella città. Da una copia di Privilegio del medesimo Imperatore, spedito in Magonza il 29 marzo 1235, si rileva come il suddetto Federico II concesse al nobile soldato Valerio Tabassi suo Primo Maggiordomo, il Castello e la Città di Sulmona col mero e misto impero, durante tutta la sua vita, così come a Federico, figlio di quest’ultimo, alla morte del padre. In questo Privilegio si fa menzione dei servigi militari resi dal detto Valerio all’Imperatore e dei meriti dei suoi antenati tra i quali si fa memoria di Aldemaro Tabassi, Consigliere e Tesoriere dell’Imperatore Federico I Barbarossa avo di Federico II, contestandosi (dal latino cum e testis = testimonio-dichiarare-comunicare mediante notifica) la nobiltà della Casa Tabassi, come quella che trae la sua origine dai Conti di Zollerant nella Svevia.

In seguito la famiglia ebbe Cavalieri, Conti Palatini, “Familiari e Commensali” sia dei Sovrani Angioini che Aragonesi oltre che personaggi vicini alla Corte Pontificia. Venne dichiarata “diletta e fedele” da re Ladislao e da Filippo II di Spagna e Filippo IV.

Con Diploma Capitolino del 23 marzo 1662 i Tabassi furono  aggregati alla nobiltà romana godendo degli onori del Patriziato e dell’Ordine Senatorio di Roma, in cui furono ascritti nell’anno 1663.

Questa famiglia ebbe il possesso di vari feudi in Abruzzo, tra cui Pacentro, Civitaluparella e Musellaro, conservando quest’ultimo sino alla fine del feudalesimo. Produsse uomini chiari nelle lettere e nel diritto e la sua nobiltà venne riconosciuta dal Sovrano Ordine Militare di Malta.

LETTERA ALL’IMPERATORE GUGLIELMO II

***Lettera di Valerio Tabassi scritta il 29 settembre 1889 a Sua Maestà Guglielmo II, ultimo Imperatore di Germania e Re di Prussia (1888-1918), a cui chiedeva benignamente di crearlo Cavaliere di uno degli Ordini Prussiani istituiti dai suoi Augusti predecessori.

Dalla lettera si evidenzia come i Tabassi tenessero in seria considerazione l’origine della propria famiglia, tanto che Valerio rivela all’ Imperatore l’antico legame di parentela che li univa, perché derivanti entrambi da un unico e solo ceppo, cioè dagli antichi Conti di Zollerant, nel Circolo di Svevia in Germania.

Non sappiamo se la lettera fu mai accolta da Guglielmo II° perché quella fu un’epoca in cui il regno fu contraddistinto da un forte carattere impulsivo da parte dell’Imperatore che prese decisioni spesso in contrasto con la linea politica del Governo di allora per cui, dopo qualche tempo, il suo regno  ebbe fine.

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TRA GLI UOMINI PIU’ ILLUSTRI DI LAMA

***Sulla rivista della Gazzetta di Chieti (settimanale di informazione e di attualità) dal titolo “Speciale Lama dei Peligni” del 19 novembre 1995, si legge che tra gli uomini più illustri del nostro paese, figuravano i seguenti personaggi:

B.ne Francesco Carosi che il 2 giugno 1694, con atto del pubblico Parlamento di Lama dei Peligni, ricevuto dal Notaio Domenico Antonio Trozzi di Palena fu dichiarato cittadino benemerito per i grandi benefici prestati a favore di questa Università.

B.ne Giampietro Tabassi, vissuto a Lama ed insignito della memoranda medaglia di Sant’ Elena da Napoleone Bonaparte. Ufficiale Napoleonico e fautore dell’Unità d’Italia. Capitano della Legione Prov.le dell’Abruzzo Ultra II, nonchè Colonnello del Regio Esercito Italiano. Ricoprì vari incarichi tra cui quello di Agente Consolare di Francia. (1)

Oggi, anno del Signore 2013, per rendere giustizia alla storia e maggiormente onorare il nostro paese, ritengo doveroso aggiungere a questa lista di personaggi, anche i seguenti nomi che si sono distinti e che molto si sono prodigati per il bene della nostra comunità:

Cristoforo Tabassi, Cavaliere e Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, Presidente onorario della Società Operaia di M.S. Fratellanza Peligna, nel 1896, per espresso desiderio e sodalizio dello stesso Corpo Società Operaia di Lama. Presidente della Commissione del Sindacato per il Consorzio di Lama per l’applicazione della legge d’imposta sulla ricchezza mobile, Comandante della Guardia Nazionale di Lama nel 1864, il quale si distinse per i servizi resi contro il brigantaggio.

B.ne dott. Giampietro Tabassi, umanista e benefattore, medico ginecologo al quale molte mamme e bambini debbono la vita. Insigne cultore di studi letterari e filosofici. Il suo amore per i fanciulli fece sì che sorgesse a Lama, sin dal 1908, un Asilo Infantile, offrì gratuitamente il terreno e ne curò i dettagli della costruzione. Promosse e potenziò la locale “Opera Nazionale Maternità ed Infanzia” di cui fu solerte Commissario. Fu insignito quale Decano dell’Ordine dei Medici della Provincia di Chieti e più volte decorato con medaglia d’oro.

L’URNA DEL BAMBINO GESU’ DI LAMA DEI PELIGNI

***Il 23 Dicembre 1944, appena dopo la guerra, l’Abate di Lama dei Peligni Don Vincenzo De Francesco, portò qui nella nostra casa l’urna d’argento del Bambino Gesù per sottrarla a qualche possibile furto durante alcuni accomodi alla Chiesa che rimaneva aperta. Questa fu posta sopra al vecchio canterano (comò) nella camera ad angolo dove allora si dormiva.

Essa conteneva molto oro votivo e fu salvata per puro caso dalla rapacità dei Tedeschi i quali, dopo aver aperto il nascondiglio murato ove era stata nascosta, sicuri che nessuno si trovasse in paese, si erano allontanati per prendere un autocarro e portarla via. Alcuni lamesi coraggiosi che vigilavano nascosti, approfittando del momento propizio, presero l’urna e la nascosero altrove.

I Tedeschi tornando non la trovarono più e, costretti dall’imminente ingresso nel nostro paese dei soldati dell’esercito Anglo-Americano, dovettero allontanarsi e non ostinarsi più in altre ricerche, per cui l’urna fu salvata con il Bambinello e l’oro.

L’urna, come dice l’iscrizione a rilievo che vi è riportata, fu fatta fare da Raffaele Di Renzo su promessa di suo padre Domenico Di Renzo, nell’anno 1845

Il 15 Aprile del 1945 l’Abate, dopo aver ringraziato la famiglia Tabassi per essere stata custode attenta e garante dell’importante reliquia, riprese l’urna e la riportò nella Chiesa Madre di Lama. Bisogna dire che questa reliquia restò nella nostra casa per circa quattro mesi ed io stesso ricordo quei giorni. In modo particolare ricordo di essere stato colpito dalla luce emanata dal volto del Bambinello, perché in quel periodo in un’ora del giorno stabilita, i raggi del sole, attraverso il vetro della finestra, colpivano il volto dell’immagine rendendolo ancora più bello ed evidenziando ancora di più quel suo sorriso rassicurante e dolce.

Ultimamente nel 1988, quando il nostro benamato Padre Salvatore, frate francescano minore del Convento di S. Maria della Misericordia di Lama, fece eseguire i lavori di restauro nella Chiesa Madre a causa del terremoto del 1984, diede l’incarico alla mia famiglia di custodire il prezioso tesoro del Bambinello Gesù, che fu tenuto segretamente nella mia casa per un anno intero.

Ancora una volta la mia famiglia si trovò ad accudire gelosamente questi beni preziosi. Trascorso un anno ed essendo terminati i lavori di restauro, ricostruito l’Altare per la celebrazione delle SS. Messe, tutto fu riconsegnato al padre Salvatore, che ringraziò vivamente per la cura e l’attenzione prestata a questi importanti oggetti di valore. Per la seconda volta, dunque, la mia famiglia ha potuto godere di un così raro privilegio. L’aver custodito l’oro e l’urna di Gesù Bambino è stato,  per noi tutti, un onore ed una vera benedizione.

 

Bambinello Lama dei Peligni

UN INCONTRO INASPETTATO

 WordPress  ^ avvgpcapogrosso@libero.it              11/11/14

 Nome: Avv. Giuseppe pio Capogrosso

 

Domande/Commenti: Preg. Barone Tabassi

sono un avvocato di Manduria appassionato di storia locale.

Dovrei parlare della notizia relativa sul digiuno dell’Immacolata praticato nella Sua famiglia in un articolo da pubblicare su un giornale on-line locale. Dovrebbe trattarsi del digiuno che studi storici ormai accorsati dimostrano essere nato a Manduria (TA), all’epoca denominata Casalnuovo, nel XVII secolo ad opera di una Arciconfraternita dell’Immacolata e che veniva praticato assegnando alle famiglie o enti (ad esempio Città) richiedenti un giorno estratto a sorte.

I nomi dei digiunanti sono scritti riportati in un manoscritto (cd. Librone Magno del Digiuno) custodito dalla confraternita (nel quale sono riportati gli stessi versi dell’invocazione o preghiera da Voi citati). Vorrei sapere se custodite una pagellina a stampa che riporta l’immagine dell’Immacolata ed i versi oppure qualche antico libretto a stampa. Ciò in quanto agli iscritti al digiuno veniva inviata la cd. carta di Casalnuovo (ossia la pagellina a stampa recante i versi e il giorno assegnato, nel Vs. caso il 17 agosto).

Per eventuali notizie mi potrà contattare al seguente indirizzo e-mail: avvgpcapogrosso@libero.it

Saluti.

 IP Address: 151.56.188.184

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Giovanni Tabassi ^ giovannitabassi@gmail.com^        14/11/14

a avvgpcapogrosso

 Stimatissimo Avv. Giuseppe Pio Capogrosso,

mi ha fatto molto piacere apprendere che Lei come appassionato studioso di storia locale vorrebbe pubblicare la notizia sul digiuno a pane ed acqua che la mia famiglia, sin dal 1709, praticava per la devozione in onore della Madonna Immacolata. Purtroppo, per quanto abbia cercato in questi giorni, non sono riuscito a trovare la cd. di Casalnuovo, cioè: ” pagellina a stampa o libretto o immagine dell’Immacolata recante i versi ed il giorno assegnati alla mia famiglia dall’Arciconfraternita dell’Immacolata di Manduria.

Non ho capito bene se questo privilegio, toccato in sorte ai miei, Lei l’abbia trovato scritto sul “Librone Magno del Digiuno” custodito dalla Confraternita di Manduria, oppure l’abbia letto. per caso, sul mio sito internet della famiglia Tabassi.

Pertanto Le sarei grato se volesse gentilmente comunicarmi più precisi dettagli a riguardo. In attesa La ringrazio cordialmente e La saluto.

Giovanni Tabassi.

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avvgpcapogrosso@libero.it                               14/11/14

 Preg.mo Barone Giovanni Tabassi,

sono lusingato per l’interesse che Ella ha voluto manifestarmi e per le ricerche effettuate.

Ritengo che migliori informazioni sulla ipotesi da me formulate, circa l’origine del digiuno osservato nella Sua famiglia, possa trovarLe nella modesta nota o articolo che Le invio in forma riservata ed in anteprima, prima della prossima pubblicazione sulla testata giornalistica on-line Manduria Oggi (in cui potrà trovare, nella sezione Cultura, altri miei contributi).

Nell’articolo vero e proprio, da pubblicarsi a fine novembre, troverà poi copia della pagina del Librone del digiuno in cui sono riportati i versi, del cd.”poeta Michele” coincidenti con la dovuta invocazione tramandata nella sua famiglia.

Nell’occasione mi farà cosa gradita, qualora volesse fornirmi ulteriori suggerimenti o informazioni. Mi scuso sin da ora per le eventuali imprecisioni figuranti nell’articolo riguardo alla Sua famiglia, per le quali potrà farmi pervenire le opportune correzioni e precisazioni.

Lieto per l’incontro che, auspico possa proseguire in futuro, La saluto cordialmente. Le invio altresì copia di un esemplare ottocentesco della “pagellina”.

Giuseppe Pio Capogrosso.

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Segue copia dell’articolo scritto dall’Avvocato Giuseppe Pio Capogrosso, pubblicato sulla testata giornalistica on-line Manduria Oggi, dal titolo: “Tracce del Digiuno dell’Immacolata Concezione e della Carta di Casalnuovo in Abruzzo”…….

^^ Ho avuto occasione di leggere sul sito internet della nobile famiglia Tabassi (1), feudatari di Lama dei Peligni (e della relativa frazione di Fonterossi) in terra d’Abruzzo, di uno speciale digiuno a pane ed acqua che, secondo quanto scrive l’autore della nota, sarebbe stato osservato, nel suo ambito familiare, annualmente il 17 agosto in onore della SS. Vergine Immacolata.

L’autore riferisce che la pratica religiosa (in origine iniziata dalla famiglia Carosi, e poi proseguita dai Tabassi che, con i primi, hanno avuto legami matrimoniali) era stata fissata per tale data annuale perché assegnata per sorteggio, era stata assunta con carattere di obbligatorietà per tutti i componenti della famiglia,

salvi i casi di malattia o altri impedimenti, e con l’ulteriore obbligo di confessarsi e comunicarsi sempre in quello stesso giorno. Per il caso in cui il 17 agosto fosse stato di Domenica, la pia pratica doveva essere anticipata al precedente giorno di sabato e, quindi, al 16. L’autore, che sembra non conoscere la provenienza (geografica) di detta usanza familiare, riferisce altresì che il digiuno era destinato ad ottenere la protezione della SS. Vergine contro i fulmini, i terremoti ed altre avversità e che, nell’occasione, i componenti della famiglia erano soliti rivolgere all’Immacolata l’invocazione: “L’acqua che bevi nel venerar Maria, fa che il fuoco de’ tuoni estinto sia”.

Trattasi, sorprendentemente, proprio di un distico a rima baciata del cd. poema del poeta Michele di cui ci parla lo storico mandurino Sac. Leonardo Tarentini a proposito del digiuno dell’Immacolata, nel suo libro “Manduria Sacra” e che è dato leggere a pagina 221, della edizione del 1899 (Tipografia D’Errico), versi 9 e 10, nella seguente tradizione dall’originale ivi riportata:

“L’acqua che bevi in venerar Maria Fa ch’ il fuoco dei tuoni estinto sia”.

Che dire?

E’ fuori di dubbio che la devota invocazione, in uso presso la nobile casata abruzzese, coincida con i citati versi del poeta Michele (la cui versione originale fedelmente riportata dal Tarentini, è contenuta nel cd. Librone Magno del digiuno, foglio 19, ed è leggibile nella riproduzione fotografica pubblicata a fianco), essendo irrilevanti alcune minime differenze legate alle trascrizioni del testo (al primo verso -in-  al posto di  -nel-, nella versione del Tarentini o nell’originale, e nel secondo verso  -ch’-  al posto di  -che-  e  -dei- al posto di -de’-, sempre nella versione dello stesso storico mandurino e nell’originale).

A questo punto le domande che è lecito porsi sono le seguenti: Come mai il contenuto di una invocazione o breve preghiera in uso presso una nobile famiglia abruzzese, coincide con i versi del poeta Michele, composti per celebrare la pia pratica tutta mandurina del digiuno dell’Immacolata, digiuno che, com’è noto, studi storici accorsati attestano essere nato a Manduria (all’epoca denominata  Casalnuovo) nella seconda metà del XVII secolo?

In qual modo questi versi sono divenuti il contenuto dell’invocazione anzidetta?

Le risposte, alquanto agevoli, ci vengono fornite dalle conoscenze, ormai acquisite, in ordine alle modalità ed alle procedure seguite nell’assegnazione della data del digiuno.

Alla richiesta di assegnazione (proveniente da singoli individui, gruppi familiari, comunità religiose, Città ecc.) pervenuta alla Confraternita dell’Immacolata  di Casalnuovo, seguiva l’estazione a sorte, da parte del Priore e degli altri organi della Confraternita, della data annuale del digiuno (lo scopo della pratica religiosa era quello di assicurare che, durante l’intero corso dell’anno, vi fossero sempre dei fedeli ad osservare lo speciale digiuno a pane ed acqua), data che veniva così assegnata al richiedente, il quale riceveva una pagellina a stampa, la cd. Carta di Casalnuovo, riportante, impressi sotto l’immagine della Vergine Immacolata la data stessa e un distico a rima baciata (contenente l’invocazione) tratto dal componimento del poeta Michele. Orbene, l’origine della invocazione tramandata nella famiglia abruzzese (e, aggiungeremo, l’origine stessa del digiuno da essa praticato) dovrebbe risiedere proprio nel fatto che essa è pervenuta in quel contesto perché, si potrebbe dire, “veicolata” dalla carta del digiuno o Carta di Casalnuovo di cui si è detto prima. Successivamente, smarritosi il documento, ne è stata dimenticata l’origine, ma la tradizione e l’invocazione sono state tramandate oralmente nell’ambito familiare per giungere fino ai giorni nostri con singolare precisione.

La felice scoperta non sarebbe di poco conto, in quanto viene a confermare, con un riscontro, per così dire, “incrociato” tra il luogo di origine dei versi del poeta Michele (ossia Casalnuovo, oggi Manduria) ed una dei tanti luoghi di arrivo ) in questo caso, Fonterossi  di Lama dei Peligni, in Abruzzo), la provenienza della pia pratica del digiuno a pane ed acqua.

Tutto ciò dimostra, non solo la fondatezza degli studi riguardanti le modalità di circolazione del digiuno dell’Immacolata attraverso l’invio della cd. Carta in vari luoghi  d’Italia (e per fino all’estero), ma anche l’ampiezza e la capillarità della sua diffusione.

Sempre dal citato sito apprendo che, a causa di un tale abate Donato Carosi, nell’anno 1709 fu costruita in detta frazione di Fonterossi una chiesa dedicata all’Immacolata Concezione e che, contestualmente, il predetto abate istituì, altresì, una pubblica festa fatta in onore dell’Immacolata per l’otto di dicembre di ogni anno. La festa, riferisce l’autore aveva inizio nel palazzo di famiglia di Lama dei Peligni, con la partecipazione della banda musicale ( ai cui componenti veniva offerto un rinfresco a base di dolci tipici), e proseguiva nella chiesa della frazione di Fonterossi, con la celebrazione della messa e la processione.

La devozione familiare per la Vergine Immacolata sarebbe stata poi arricchita dal Carosi con il digiuno a pane ed acqua di cui si è detto sopra, trasmesso successivamente alla famiglia Tabassi.

Ho provato a cercare nel Librone Magno della confraternita mandurina ( nel quale, come noto, sono riportati i nomi degli iscritti al digiuno) eventuali iscrizioni a nome dei Carosi, indicati dall’autore quali iniziatori della pia pratica.

Le ricerche, non essendo riportata nel manoscritto la cittadina di Lama dei Peligni, sono state eseguite per i centri abruzzesi di Chieti e di Sulmona (da cui la famiglia sembra provenire).

Entrambe le località sono indicate nel Librone Magno, la prima nel foglio 774-fronte (secondo la numerazione di Michele Greco) originariamente 123, la seconda nel foglio 782-fronte, con numerazione originaria 124.

Il nome della casa abruzzese non compare. Tuttavia, a partire dal foglio dedicato a Chieti (774-fronte nella nuova numerazione, già 123, inizia l’elenco dei nomi dei dovuti dimoranti in Carosino (centro oggi in provincia di Taranto),

elenco che occupa vari fogli, dal 775-fronte al 781-retro, secondo la nuova numerazione del Greco, e dal 124 al 130 secondo la vecchia numerazione.

Stranamente, dopo l’elenco dei devoti di Carosino, i cui ultimi due fogli sono bianchi, sia nel fronte che nel retro (la sola località è indicata in alto, al centro), segue l’elenco dei devoti di Sulmona contenuto in un foglio la cui numerazione originaria (124) è incompatibile con quella del precedente (130), mentre lo sarebbe rispetto alla numerazione originaria del foglio dedicato alla prima città abruzzese (123), qualora seguisse quest’ultimo. L’incoerenza, come segnalato dai più attenti studiosi del manoscritto (cfr. Michelino Fistetto, “Se Concetta ho Maria” – editore Barbieri-Manduria), dovrebbe essere legata ad antichi, quanto maldestri, interventi di restauro che, spesso, avrebbero portato alla collazione, nell’attuale manoscritto, di fogli provenienti da almeno due manoscritti diversi.

Ciò spiegherebbe le anomalie nella numerazione originaria delle pagine che, a volte, non è neppure progressiva.

Non potrebbe darsi, allora, che, a causa delle parziali assonanze tra le parole Carosino e Carosi e della apparente continuità della numerazione, i fogli con l’elenco dei devoti dimoranti nel citato centro del Tarantino, siano stati cuciti ed inseriti per errore di seguito al foglio di Chieti e prima di quello di Sulmona, e che sia invece scomparso il foglio che conteneva, per Chieti, la trascrizione del nome della nobile famiglia abruzzese, nome che potrebbe essere stato letto come Carosino?

L’ipotesi, senz’altro affascinante, richiederebbe studi più approfonditi.

Manduria, 8 dicembre 2014, Festa dell’Immacolata

 Giuseppe Pio Capogrosso

 (1) Le notizie relative al digiuno dell’Immacolata osservato nelle nobili famiglie Carosi e Tabassi sono pubblicate sul sito internet: www.giovannitabassi.it,   alla voce HOME dal titolo: La Chiesa dell’Immacolata Concezione e La festa a Fonterossi.

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Giovanni Tabassi  ^giovannitabassi@gmail.com^   16/11/14

a avvgpcapogrosso

Stimatissimo Avv. Giuseppe Pio Capogrosso,

innanzi tutto La ringrazio infinitamente per il magnifico articolo che Ella mi ha inviato in anteprima e in forma riservata dimostrando stima nei miei confronti ed è mio desiderio attenderne la pubblicazione on-line, a fine novembre, sulla testata giornalistica “Manduria Oggi” nella sezione Cultura. Sulle ipotisi da Lei formulate circa l’origine del digiuno osservato nella mia famiglia, penso proprio che siano esatte  per cui non ha motivo alcuno di scusarsi per eventuali imprecisioni, nell’articolo da Lei scritto, perché ho già visto che non ve ne sono e tutto è riferito con esattezza. Come Ella afferma, non conoscevo la provenienza di detta usanza familiare, ma pensavo che fosse stata ideata dall’abate Don Donato Carosi. Ed è un vero peccato che ricerche eseguite nei centri abruzzesi di Chieti e Sulmona non abbiano dato risultati certi sul digiuno assegnato ai miei.

Anch’io credo che tale incoerenza sia legata a maldestri ed antichi interventi di restauro dell’antico manoscritto e che si sia verificata una confusione nel riordinare alcuni fogli. (Peccato)

Comunque siano andate le cose, è ipotizzabile che la mia famiglia fosse iscritta in quell’elenco e che si sia scambiato il nome dei Carosi con i Carosini, cittadini dimoranti nel Tarantino.

Certo di poter continuare proficuamente la nostra collaborazione, saluto distintamente.

Giovanni Tabassi.

IL BANCHETTO DEL BARONE TABASSI
***Da alcuni anni a Sulmona, nella magnifica dimora gentilizia dei Tabassi precisamente nel cortile del Palazzo, si svolge una festa per far rivivere il clima di un banchetto rinascimentale dell’antica famiglia. A volte, a far da cornice a questa aristocratica cena del Barone Tabassi, è l’ampio e spazioso cortile della SS. Annunziata, quando i convitati superano un certo numero di partecipanti. Il cortile viene preparato con ricche scenografie e immagini ispirate all’epoca del Rinascimento.

Ecco l’articolo pubblicato da un noto giornale: Centroabruzzonews del 4 luglio 2014

“A PALAZZO TABASSI DOMANI SABATO 5 LUGLIO TORNA IL “BANCHETTO RINASCIMENTALE”

SULMONA – Sulmona rivivrà il clima di una festa rinascimentale di un’antica famiglia nobile sulmonese con il “Banchetto del Barone Tabassi”, dal menù tutto ispirato alla gastronomia tipica dell’epoca, che sarà imbandito domani Sabato 5 Luglio 2014, alle 21 nell’omonimo palazzo Tabassi. Scenografie, costumi, musica e canti, rappresentazioni teatrali, spettacoli di mangiafuoco, giocolieri, personaggi in costume d’epoca, ricco e ricercato menù: tutto ispirato al Rinascimento.
La particolare cena, con pietanze tipiche del territorio, cucinate secondo antiche ricette rinascimentali, e arredo curato in tutti i particolari, dal tovagliato ai candelabri, dalle panche alle stoviglie e posate, sarà ospitata nella residenza di proprietà della famiglia Tabassi, sede oggi del Sestiere di Porta Bonomini, organizzatore dell’evento nell’ambito del cartellone eventi della Giostra cavalleresca di Sulmona. A fare da cornice al Banchetto, sarà la dimora gentilizia, risalente al Quattrocento, di alto pregio artistico e architettonico, nel cuore del centro storico sulmonese, in via Ercole Ciofano, in cui emergono in tutto il loro splendore la bifora, lavorata minutamente a traforo, e il portale in stile durazzesco, costruito nel 1449 da mastro Petro da Como. 80 gli invitati, che, come da tradizione, faranno ingresso nel bellissimo cortile quando squilli di chiarine e rullo di tamburi daranno il via alla serata, nelle suggestive atmosfere. 7 saranno le portate previste, che cominceranno con un antipasto di misticanza di erbette con cacio fresco, cacio e miele con pere, pan dorato con guanciale di maiale e cacio, trippa e ceci, con zenzero e zafferano. Si potrà degustare, poi, pasta maltagliata con salsiccia e broccoli, ricotta di pecora. E ancora minestra con grani di farro e funghi, stracotto di cinghiale e birra, porcello arrosto di Mastro Aniello, per concludere con melanzane e zucchine arrosto, con mele e pane. Chiudono il menù dolci e frutta di Madonna Katia. Il tutto innaffiato con vino di Ippocrasso e rossi e bianchi di aziende vitivinicole locali. Ai partecipanti è richiesto un contributo di 35 euro. All’evento sarà presente il commissario reggente dell’associazione Giostra Cavalleresca, Domenico Taglieri. Sono stati invitati il sindaco di Sulmona , Giuseppe Ranalli, il vicesindaco Luciano Marinucci, il sindaco di Pratola, Antonio De Crescentiis, il direttore generale della Asl 1, Giancarlo Silveri.

L’ULTIMO SALUTO AL BARONE TABASSI

(Da Rete Abruzzo dell’11-01-2016. Le notizie a portata di click)
***Rullo di tamburi come rintocchi di campane a morte, bandiere rossoverdeoro listate a lutto e un corteo silenzioso di parenti, amici, hanno accompagnato, lungo Corso Ovidio, il feretro del barone Giacomo D’Alessandro Tabassi, conosciuto come Mimì, uno degli ultimi nobili di Sulmona, trovato privo di vita da due turiste lo scorso giovedi mattina nel giardino del suo splendido palazzo in via Ciofano. Una cerimonia funebre breve e composta quella… che, nel primo pomeriggio di oggi, don Sergio Gabriele ha celebrato nella chiesa di San Francesco della Scarpa, tra semplicità, sobrietà e un composto dolore nel cuore di quanti hanno voluto bene a Mimì. Il corteo guidato dai ragazzi del sestiere di porta Bonomini, a cui il barone era affezionato, è partito da palazzo Tabassi, la sua abitazione in cui ieri sera era stata allestita la camera ardente, visitata da tante persone per l’ultimo saluto all’amico. Dagli esami effettuati sul cadavere è emerso un trauma facciale riportato in seguito ad una caduta dalla balconata del palazzo, dove il barone, 81enne, viveva solo. <Era un uomo buono e generoso> hanno ricordato molti dei suoi amici, <l’unico che non ha battuto ciglio nel metterci subito a disposizione le stanze del suo palazzo dopo che il sisma aveva reso inagibile la nostra sede e questo non lo abbiamo mai dimenticato> ha ricordato comosso Angelo Palozzi, capitano del sestiere Bonomini. Tanti gli aneddoti legati al barone, dallo spiccato accento sulmonese, raccontati con affetto dagli amici, che hanno partecipato oggi al funerale. Loro i quali pensano che a portarsi via il loro amico possa essere stata un’accidentalità, un malore o un giramento di testa fatale che lo avrebbe fatto cadere dalla balconata finendo nel giardino, con ancora ai piedi le sue pantofole. Non ha voluto mancare oggi al rito funebre il popolo di Bonomini per l’ultimo omaggio al barone. Con il profondo rispetto di sempre.

 

UN DOCUMENTO DI FAMIGLIA

Questo documento di famiglia ritrovato di recente, scritto durante il periodo fascista, mostra un’epoca in cui le nostre donne, per devozione ed amore di Patria, donavano le proprie ricchezze e molto oro per rendere la nostra Italia più grande e più bella.
Il documento mette in luce i valori dell’epoca, divulgati dal regime fascista, che spingevano a difendere diritti quali la libertà e la giustizia e soprattutto un forte sentimento patriottico. Tra le nobildonne che lo sottoscrissero c’è Marzia Tabassi, in Rosazza, sorella del barone dott. Giampietro Tabassi di Lama dei Peligni.

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(1) V. Cipollone, La Grotta del Cavallone nella Comunità Montana “Q”, con il radiogramma Ritorno alla Grotta di Anna Maria Vitta. Nomi illustri pag. 48. Marino Solfanelli Editore – Chieti 1988.

 

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